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Fino a prima del Covid, in Italia Arc’teryx era un brand di nicchia, conosciuto solo da consumatori con esigenze precise, che cercavano un prodotto con un design pulito e funzionale. In altri paesi, come in Giappone o in Canada, era già un marchio popolare anche nel lifestyle, con un cambio di percezione che in Italia è invece avvenuto solo negli ultimi anni, quando l’abbigliamento tecnico ha iniziato a confondersi sempre di più con quello fashion.
Nonostante questo, l’azienda canadese ha cercato di mantenere il suo focus sul prodotto, tornando a concentrarsi con più decisione anche sul segmento trail, e presentando, oltre a nuovi prodotti, anche un nuovo team internazionale. Questo è stato il pretesto per parlarne con Edoardo Rossano, atleta e sound designer, che nelle ultime stagioni abbiamo iniziato a conoscere per alcuni risultati interessanti, di cui abbiamo parlato anche sul magazine. Ci ha raccontato quello che fa nel mondo del suono, come ha iniziato a correre e come ha collaborato con Arc’teryx nel processo di sviluppo delle Sylan 2, lanciate questa primavera da Ar’teryx.

Raccontaci la tua storia da atleta.
Da quando ho memoria, il movimento ha sempre fatto parte della mia vita. Prima era un bisogno quasi istintivo di stare fuori e giocare, poi si è trasformato in sport. Negli anni delle superiori ho scoperto l’orienteering e la corsa campestre. Negli anni dell’università è successo qualcosa che ha cambiato il mio rapporto con la corsa. Ho iniziato a correre con maggiore continuità ma senza particolari obiettivi agonistici. In quel periodo convivevo da tempo con una gastrite piuttosto fastidiosa e, quasi senza accorgermene, ho iniziato a notare che nei periodi in cui correvo con regolarità i sintomi si attenuavano. Spesso pensiamo a mente e corpo come a due entità separate, mentre sono profondamente connesse. Non penso che la corsa sia una medicina, ma, nel mio caso, il movimento e quella sensazione di libertà mi hanno aiutato a ristabilire un equilibrio che andava oltre l’allenamento. È stato il momento in cui ho capito che lo sport poteva essere un modo per stare bene, per conoscermi meglio e per prendermi cura di me stesso. Da lì la corsa e poi la montagna sono tornate a occupare uno spazio sempre più importante nella mia quotidianità. Forse per una sorta di eredità familiare ho sempre vissuto gli ambienti naturali con grande rispetto, e per me questo significa anche avere l’attrezzatura giusta, scegliere prodotti affidabili e pensati per affrontare ambienti che richiedono attenzione e responsabilità.
Come è nato il rapporto con Arc’teryx?
Conoscevo Arc’teryx molto prima che diventasse un marchio così presente anche nel mondo lifestyle. È sempre stato un brand che associavo a qualità, ricerca tecnica e cura del dettaglio. Dopo alcune stagioni di gare e qualche risultato interessante sono stato contattato da Arc’teryx, che credo abbia visto non solo il profilo dell’atleta, ma anche quello della persona che, parallelamente allo sport, lavora come sound researcher e sound designer. Negli anni l’ambiente outdoor è diventato anche il mio luogo di ricerca. Ho iniziato a portare con me microfoni durante le uscite, inizialmente quasi per curiosità, per registrare quei suoni che normalmente passano inosservati: il vento tra gli alberi, l’acqua di un torrente, il rumore della neve sotto gli sci, il respiro durante una salita o il silenzio che esiste solo in certi luoghi. Col tempo questa pratica è diventata una parte fondamentale del mio lavoro e ho costruito un vero e proprio archivio sonoro di ambienti outdoor, frutto di anni di registrazioni realizzate in montagne, boschi, ghiacciai e coste di tutto il mondo. Per raccogliere questi suoni utilizzo tecniche di registrazione molto diverse tra loro: dai microfoni stereo ai sistemi binaurali, fino ai microfoni a contatto, ai geofoni e agli idrofoni per registrare le vibrazioni e i suoni sottoterra e sott’acqua. Ogni ambiente ha una propria identità acustica e ogni tecnica permette di raccontarne un aspetto differente. Credo che questa doppia identità abbia contribuito a costruire il rapporto con Arc’teryx. In fondo entrambi questi mondi condividono la stessa attitudine: osservare con attenzione, cercare di comprendere un ambiente nella sua complessità e dare grande valore ai dettagli. Che si tratti di sviluppare una scarpa, progettare un capo tecnico o registrare il suono del vento su una cresta, il principio rimane lo stesso: la qualità nasce dall’attenzione verso ciò che spesso passa inosservato. Mi muovo ogni giorno tra due mondi, quello della performance e quello della ricerca artistica, accomunati dalla stessa attenzione per i dettagli, per il progetto e per l’estetica funzionale. Penso che questa doppia prospettiva abbia rappresentato un valore aggiunto nel costruire il nostro rapporto.

Come si concretizza il tuo ruolo da atleta a livello di sviluppo prodotto?
Una delle cose che apprezzo di più dell’essere parte del team trail running di Arc’teryx è che il nostro ruolo non si limita a indossare il prodotto in gara o in allenamento. Siamo coinvolti direttamente nel suo sviluppo. Abbiamo la possibilità di testare i prototipi durante tutto il processo di progettazione, dalle prime versioni fino a quelle praticamente definitive, restituendo feedback molto dettagliati sulle sensazioni in corsa, sul comportamento dei materiali e su tutto ciò che, secondo la nostra esperienza, può essere migliorato. Oltre ad avere scambi continui settimanalmente o mensilmente online, durante l’anno ci incontriamo più volte anche di persona per discutere i test, confrontare le impressioni tra atleti e approfondire gli aspetti progettuali insieme ai designer e agli ingegneri che sviluppano il prodotto. È un dialogo estremamente stimolante perché da una parte noi portiamo l’esperienza di chi utilizza quei prodotti in condizioni reali e spesso estreme, dall’altra impariamo moltissimo sul lavoro che c’è dietro ogni scelta progettuale, dai materiali alle geometrie fino ai compromessi necessari per creare un prodotto destinato a migliaia di persone.
Quali erano i limiti che avevi riscontrato nella prima versione delle Sylan?
Dal mio punto di vista, il limite principale della prima Sylan era la stabilità, soprattutto quando il terreno diventava più tecnico. Era una scarpa divertente e veloce, con una rullata efficace, ma in alcune situazioni richiedeva parecchia precisione da parte dell’atleta e trasmetteva meno sicurezza rispetto a quello che cerco. Allo stesso tempo credo sia importante sottolineare che Arc’teryx sta costruendo una gamma sempre più ampia e specializzata. Non esiste una scarpa perfetta per tutto: esistono prodotti pensati per utilizzi diversi. Sylan nasce con una vocazione ben precisa e il lavoro fatto sulla seconda versione è andato proprio nella direzione di mantenerne l’identità migliorando gli aspetti che avevano mostrato maggior margine di crescita.
Quando hai iniziato a correre coi prototipi e quali sono stati i principali miglioramenti durante il testing?
La parte più interessante del processo è seguire l’evoluzione del prodotto passo dopo passo. Non si prova semplicemente una scarpa finita, la si vede nascere e crescere. Nel caso della Sylan 2, l’obiettivo era mantenere quella sensazione di velocità e la fluidità del primo modello, aumentando però reattività, precisione e stabilità. Credo che il risultato sia stato centrato. L’introduzione della piastra in carbonio, insieme alla supercritical foam e a una geometria del rocker rivista, non ha semplicemente aumentato il ritorno di energia, ma ha reso la scarpa più controllabile e sicura anche su terreni differenti, ampliandone notevolmente il campo di utilizzo.

Dove testavi le scarpe?
Il modo in cui testo un prototipo dipende sempre dall’obiettivo con cui quella scarpa è stata progettata. La prima fase consiste nel provarla esattamente nel contesto per cui è stata pensata: capire se risponde davvero alle esigenze di quel terreno e di quell’utilizzo specifico. Credo che sia proprio lì che emergano i punti di forza ma soprattutto le criticità più interessanti. Poi mi piace uscire da quel contesto e portarla fuori dalla sua comfort zone. Non esiste un luogo preciso dove provo i prototipi. Cerco di costruire un test il più possibile completo: single track scorrevoli, sentieri tecnici, sterrati, asfalto, salite, discese, treadmill, allenamenti specifici differenti, in modo da raccogliere il maggior numero possibile di informazioni. Dopotutto è quello che succede anche nella realtà. Durante una gara o un allenamento si attraversano continuamente terreni diversi e credo che una buona scarpa debba essere valutata proprio nella capacità di adattarsi a queste transizioni, pur mantenendo una vocazione specifica.
Cosa ti ha lasciato essere parte di un progetto di rinnovamento così ampio?
È stata un’esperienza estremamente formativa. Entrare così da vicino nel processo di sviluppo di un prodotto ti fa capire quanta ricerca, quante competenze e quanti piccoli dettagli ci siano dietro una scarpa che, dall’esterno, potrebbe sembrare semplicemente “una scarpa da trail”. Da una parte portiamo l’esperienza di chi utilizza quei prodotti, dall’altra riceviamo una quantità enorme di conoscenze sui materiali, sulle logiche progettuali e sui compromessi necessari per trasformare un’idea in un prodotto. Il prodotto migliore non nasce mai da una singola intuizione, ma da un dialogo continuo tra chi progetta e chi utilizza davvero quell’attrezzatura.
C’è stato un momento in cui un prototipo ha deluso le tue aspettative? E ci sono state caratteristiche che avresti mantenuto?
Sì, ed è una cosa del tutto normale. Lo sviluppo di un prodotto non è un percorso lineare. Ci sono prototipi che rappresentano un evidente passo avanti e altri che, magari nel tentativo di migliorare un determinato aspetto, finiscono per sacrificarne un altro. Il mio punto di vista porta esigenze specifiche, mentre il prodotto finale deve riuscire a soddisfare una platea molto più ampia di utilizzatori, con livelli tecnici, stili di corsa e aspettative differenti. Per questo motivo non sempre ciò che piace di più a me coincide necessariamente con la scelta migliore per il prodotto finale, ed è qui che entra in gioco il lavoro del team di sviluppo. È difficile quantificare quanto i feedback di un singolo atleta influenzi il risultato finale: Ogni prototipo nasce dalla sintesi di decine di osservazioni provenienti da atleti con caratteristiche molto diverse tra loro. Alcuni feedback convergono immediatamente perché evidenziano aspetti oggettivi; altri invece riflettono preferenze molto personali. Il lavoro dei designer e degli ingegneri consiste proprio nel raccogliere tutti questi punti di vista, interpretarli e trovare una soluzione che non sia la preferita di un singolo atleta, ma quella migliore per il progetto nel suo insieme e per l’utilizzatore finale. So però che i nostri feedback rappresentano uno degli elementi centrali del processo di sviluppo e che vedere un’osservazione trasformarsi, qualche mese dopo, in una modifica concreta del prodotto è uno degli aspetti più gratificanti dell’essere parte del team.
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