Testo di Dario Pedrotti
“Solo una decina di giorni fa, molto demoralizzati dalla totale assenza di neve, l'incertezza ci ha fatto vacillare, siamo sinceri, ma un disegno superiore aveva altri piani. Quelle due nevicate a pochissimi giorni dalla partenza, hanno trasformato tutto in un attimo”.
Gli organizzatori la raccontano così, ma chi c’era, sa che le cose sono andate in modo ben diverso.
È vero, neanche una settimana prima del via della Grande Corsa Bianca, di bianco dalle parti della Val Camonica c’era ben poco, ma il Padreterno aveva bellamente ignorato tutte le preghiere a lui rivolte per qualche centimetro di neve. Così Paolo Gregorini e soci si sono rivolti al suo competitor. Solo che molti di loro l’anima se l’erano già giocata dieci anni fa per uscire vivi dalla Yukon Artic, una gara da qualche centinaio di miglia che si corre a temperature fino ai -50°, da cui avevano preso spunto per inventarsi la GCB, e, evidentemente a corto anche di primogeniti e giovani vergini, per ottenere le due nevicate di cui sopra, sono stati costretti a stringere con Belzebù un patto che, a loro insaputa, avrebbero pagato i e le concorrenti.

© Corrado Asticher
Venerdì 30 gennaio alle 9 del mattino si sono presentati ignari in 107, a piedi, con gli sci, o con la bicicletta, e il colpo d’occhio sulle montagne intorno era veramente notevole. Anche se il cielo non era perfettamente sereno, ampi squarci di azzurro hanno accompagnato per gran parte della giornata chi ha scelto di cimentarsi sui 100 km della lunga, finendo per passare ore e ore in quell’aria che profumava solo di bianco, in un silenzio sgualcito per lo più solo dai tonff – tonff – tonff dei piedi nella neve, e dai più sottili ciuff – ciuff – ciuff dei bastoncini che li accompagnavano.
Dopo un migliaio di metri di salita per arrivare nella zona di Trivigno, i e le concorrenti ci sono rimasti prigionieri per gran parte della giornata, arrivando ad adocchiare per due volte il Centro Fondo, ma guadagnandosi il privilegio di entrarci a gustare il calore di volontarie e volontari, solo dopo 40 e più km di gara. Prima avevano potuto ristorare stomaco e spirito anche a Baita Mola e Baita Guspessa, e, prima e dopo, gustarsi tutte le versioni possibili di bosco con neve, con un fondo che grazie alla certosina opera dei tracciatori, non si inghiottiva mai mezza gamba, ma non evitava neanche mai di mangiarsi almeno mezza scarpa, e di costringere a cercare continuamente il posto migliore dove appoggiare il piede, impedendo anche un po’ di concentrarsi in pace sulle meraviglie circostanti.
Meraviglie che erano tante e che tutte insieme dicevano semplicemente: è inverno. Lo diceva l’aria fredda sulla faccia, lo diceva qualche raro uccellino che cinguettava da solo senza che nessun altro gli rispondesse “tranquillo è quasi primavera”, lo dicevano i ghiaccioli che scendevano dagli alberi e dalle rocce senza sognarsi neanche di gocciolare, lo diceva la consistenza di quella coltre bianca, farinosa come solo a gennaio sa essere.

© Corrado Asticher
Poi è arrivato il momento godersi la lunga balconata affacciata sulla Valtellina e per molti e molte è venuta anche la notte, che non ha abbassato troppo la temperatura, ma ha cambiato completamente la percezione del tempo e dello spazio. E mentre le ore passavano, la neve ha continuato imperterrita a fare il lavoro che ha fatto per tutto il giorno (ovvero distillare acido lattico da ogni muscolo delle gambe e di tutte le altre parti del corpo) e ad aggiungervi quello straordinario, di riflettere ovunque la luce della luna quasi piena, cospargendosi di minuscoli diamanti, e spingendo molti a spegnere la frontale e godersi semplicemente quella notte non notte.
La salita al ristoro di Malga Salina ha portato al punto più alto della gara, da cui 7 km di discesa, con una pendenza ammiccante e un fondo morbido al punto giusto, ha permesso a chi aveva ancora qualche quadricipite da giocarsi, di provare finalmente l’ebrezza della velocità, e di tentare di conservarne un briciolo, di quella ebrezza, anche nel traumatico ritorno al d+ all’ingresso della Val Grande e nella lunga andata e ritorno per e dalla Malga Valgrande. La malga, dove era posizionato l’ultimo ristoro della gara, era incastonata in uno scenario fantastico, che persino le condizioni psico fisiche, ormai più che precarie, di chi ci arrivava, non impedivano di apprezzare, ed è stato quindi ancora più traumatico ritrovarsi poco dopo a pagare i debiti con Belzebù, che, in cambio della neve, aveva chiesto solo una cosa: di poter progettare gli ultimi 15 km di gara.
Una rampa assassina in neve fresca, un lungo traverso strettissimo impossibile da battere dove si affondava più che in tutto il resto della gara, un pezzo di discesa che sembrava in grado di strapparti tutti i legamenti delle ginocchia ma almeno di portarti a Vezza d’Olio ma invece non lo faceva, un’altra dose di traverso sconnesso, una discesa simile a quella da Malga Salina da percorrere quando ormai le tue gambe non assomigliavano più per niente a quelle che avevi a Malga Salina, e un ultimo lunghissimo tornante quando ormai le luci del paese te le vedevi sotto i piedi, hanno permesso al Re delle Tenebre di registrare sui suoi device un florilegio di bestemmie in tutti i principali dialetti del nord Italia e in un paio di lingue straniere, che ci metterà mesi a degustarsi con calma.
Comunque, i sorrisi smaglianti di tutte le persone che hanno partecipato al sontuoso “pizzoccheri + purè + arrosto-party” del sabato sera, hanno dimostrato che il patto accettato da Gregorini &c è stato apprezzato all’unanimità, e pazienza se molti e molte probabilmente avranno ora qualche anno in più di purgatorio in più da scontare (e qualche settimana di mal di gambe da riassorbire).

© Andrea Riviera