100 miglia in Istria
Magari sapessi scrivere come la mia amica Paola, lei si che trasmette emozioni e sofferenze delle sue magnifiche corse. Ed è proprio grazie a lei che io mi sono imbattuto in questa avventura, una 100 miglia (per la precisione 164km con 5800 mt D+) Era un sogno, quel nome tondo tondo “100 miglia” mi ronzava da mesi per la testa e non mi facevano paura i chilometri e la fatica perché ero sicuro che ce l’avrei fatta. Mi sono anche preparato, mi sono allenato, ho imparato ad ascoltare il mio corpo, a staccare la mente dai pensieri negativi e dai segnali continui che il corpo lancia e tutto sommato nelle corse precedenti avevo avuto dei grossi benefici. Ma la 100 miglia è diversa, ti sbatte in faccia continuamente fatica e difficoltà, fame e sonno. Ma ogni corsa reale parte dalla partenza e così alle 21 di venerdì 12 aprile siamo li tutti sotto l’arco, grintosi, pieni di sorrisi per tutti e apparentemente sereni. Saluto Francesca Canepa ed Enrico Viola, per me che amo il trail è come aver visto Del Piero e Van Basten per un amante del calcio, mi carico ancora un po’ e via, si parte! Io e Paola abbiamo deciso di condividere quest’esperienza, così tra chiacchiere e commenti vari andiamo avanti e passiamo una notte tutto sommato tranquilla anche se ci prendiamo un po’ d’acqua ed il terreno non è tra i più semplici per correre. Quello che faccio fatica un po’ a capire è il tempo, non capisco se passa troppo in fretta il tempo o troppo lentamente i chilometri. Non lo so. Andiamo avanti. Tommaso, conosciuto durante la notte, mi spiega che una ultra non si corre tutta per intero, si fanno 5 km alla volta. Cerco di assimilare un po’ tutta l’esperienza delle persone che mi circondano, vorrei diventare anch’io bravo come questi che corrono per giorni e fanno queste gare impossibili. Dopo la prima base vita iniziano i pensieri, siamo al 63° km e ci attendono belle salitone, la prima con un bel 1000 D+, poi altre quattro consecutive di 400/500 D+, il tutto in una quarantina di chilometri. Con calma le facciamo, non sono impossibili ma sono molto dure sia per le pendenze che per il terreno, qui la terra non sanno neanche cosa sia, pensavo ai miei sentieri abituali e mi veniva da piangere: Istria uguale sassi appuntiti all’insù che non sai dove mettere i piedi per non distruggerti del tutto. Per fortuna ogni tanto troviamo un po’ di fango. Arriviamo al 100°Km, gli ultimi quaranta fatti in 13 ore circa, e siamo quasi a 24 ore dalla partenza. Quanto mi mancherà? Primo errore nelle ultra: mai chiedersi quanto manca, è impossibile stabilirlo e ti crei aspettative assurde. Proviamo a riposare e insieme ad Enzo, che nel frattempo aveva raggiunto me e Paola, ci sdraiamo nelle brande ma la base vita era un calvario. Una tendina senza niente da mangiare e al freddo, volevo dormire mezzora ma mi sono solamente congelato. Per cui siamo ripartiti per affrontare la vetta più alta: in monte Ucka. Ucka che alto (scherzavamo nei giorni precedenti io e Paola). Beh, salita tosta anche questa, tutta su sentiero ricoperto da mezzo metro e più di neve, scivoloso e di notte. Ma mai mollare, arriviamo in vetta e ci godiamo per qualche minuto il più bel cielo stellato che abbia mai visto. Solo che il freddo si fa sentire e partiamo di brutto per tornar giù. La discesa è infernale, molto ripida e lunga. Alla fine di questa discesa inizia la mia crisi. Ho sonno. Provo a pensare ad altro ma non riesco a tenere il passo, mi fanno male le gambe e la schiena. Mi vorrei fermare ma non posso, fa troppo freddo e mancano ancora una ventina di km al prossimo ristoro. Ma proprio in questo tratto il terreno è un inferno, non si può correre ed è troppo difficile camminare. Ad un certo punto mi decido a confessare a Paola i miei problemi, lei mi sprona, mi dice di provare a non pensarci, di mangiare, mi danno una Redbull, ma niente. Io sto soffrendo come un cane e non vedo nessuna luce all’orizzonte, faccio i conti nella mia testa ed impazzisco. Ma finche cammino non ci sono problemi, ci provo, taglio tutti i collegamenti. Solo che ad ogni passo mi slogo le caviglie, non mi funzionano più i muscoli. Chiedo ai miei compagni di poter dormire un minuto, lo faccio per terra. Riparto, mi sento meglio per 10 secondi ma ritorna la crisi, più nera di prima. Adesso anche gli occhi vedono quello che vogliono: ho le allucinazioni. I sassi maledetti si trasformano in facce parlanti, mi deridono, vedo luci ovunque, case che non ci sono, sento civette e gufi che mi circondano. Penso a tutti i miei amici, penso a Paola e alla sua forza, a mia mamma e alla sua forza ma io proprio non ce la faccio più e mi viene anche da piangere. Quest’agonia durerà per tre ore, tre interminabili ore. Paola mi sta dieci metri più avanti perché ha capito che quello è l’unico modo per farmi camminare e per permettermi di non dirle che ho deciso di fermarmi definitivamente, ho deciso che non correrò mai più e che venderò tutte le iscrizioni che ho già fatto, non farò mai più nessuno sport. Deciso! Sono disperato. Ad un certo punto vedo delle luci, non mi stupisco più di tanto, un altro miraggio. In realtà questo miraggio si trasforma nella più bella sorpresa di tutta la gara. Un punto di soccorso inventato dagli organizzatori, non segnato sulle carte. Hanno un fuoco acceso e dei sacchi a pelo. Mi avvicino al sacco e mi aiutano a sdraiarmi, il tempo di soffrire come un cane per i crampi ed i dolori e svengo. Non ricordo nulla. Paola mi dirà che uno dei volontari la assicurò che mi avrebbe portato giù lui, che poteva andar tranquilla. Ma succede che tre ore dopo mi sveglio e mi sento come nuovo, in più mi trovo davanti Lia, ci eravamo conosciuti in macchina all’andata, una splendida signora in super forma che sta per ripartire dopo aver sorseggiato un caffè. E’ l’alba e mi mancano ancor un bel po’ di km ma io e Lia li affrontiamo con il sorriso più bello del mondo, parliamo e ci divertiamo. E le mie gambe? Nuovissime. Che splendi paesaggi che ci regala quella mattina, l’alba con la visione delle isole, un sole meraviglioso e una che compagnia. Paola mi chiama ed è felicissima di sapermi ancora in corsa e con la sua amica. Così proseguiamo, ci sono ancora discese da paura, in particolare quella sul punto di controllo 30, qui gli organizzatori ci hanno voluto fa ammirare una cascata con un passaggio da ferrata non semplicissimo. Addirittura per la punzonatura bisognava saltare su una roccia passando proprio sopra la cascata. Al 140° km forse non era il massimo. Comunque proseguiamo con gioia fino ad un bel borgo dove c’è l’ultimo ristoro. Si vedono in giro un po’ di poveri moribondi. Gente con i piedi distrutti ma che fanno di tutto per proseguire. Vabbè, sono talmente in forma in questo momento che in una salita mi sembra di sentire Lia che mi dice, vai pure e aspettami all’arrivo (alla fine non me l’aveva detto, chissà che ho sentito io). Io sto bene e ho voglia di correre e da li correrò fino alla fine. Salite e discese, una carica incredibile. Il terreno è molto più simile a quello dei mei monti e questo mi facilita la corsa ma passo con balzi assurdi anche punti pericolosi. Bene, su e giù e nel momento in cui mi mancano due chilometri mi trovo davanti i miei amici del gruppo podistico piè Veloce che mi hanno fatto una fantastica sorpresa. Non ci sono parole. Corriamo insieme gli ultimi metri e mi lasciano la passerella d’onore al traguardo. 44 ore e qualcosa. Ma il tempo non conta. Io ho fatto la mia prima 100 miglia, è tutta mia, è della mia mamma che fa 100 miglia al giorno contro il peggior incubo del mondo, è di Paola che ha creduto in me fin dall’inizio e mi ha sostenuto per tutto il tempo, è di Enzo, Paolo e Lia e Tommaso, è di mia sorella che è una campionessa tutti i giorni (oltre ad essere pluri-medagliata di canoa), di Silvia che brontola ma che poi ha capito che la corsa fa parte di me. Nessun gesto eroico è stato scritto in questo racconto, rimango il Maurizio di sempre, magari un po’ più consapevole delle mie capacità. Ma che soddisfazione e che gioia!!!
