Chi pratica sport di endurance – corsa, ultratrail, ciclismo, ore o giorni, fino allo sfinimento – sembra farlo spinto da una motivazione profonda, che trascende la contingenza. Ma qual è?
Se lo chiedi agli atleti ottieni risposte diverse, a volte ricorrenti, talvolta luoghi comuni. Michael Crawley, antropologo e maratoneta, ha deciso di andarci a fondo.
In Fino al limite mescola ricerca sul campo e pratica personale per esplorare il senso della resistenza, toccando punti di vista e aspetti diversi. Dalle popolazioni in cui la corsa è rituale a quelle con una resistenza biologica più spiccata: dal Messico al Nepal, dall'Etiopia all'Himalaya. Attraverso gare, pedalate e camminate. Analizzando anche aspetti come le tecnologie e la comunicazione e toccando temi di etica, politica, problematiche sociali e ambientali.

Mike Crawley alla Lakes in a Day Ultramarathon, nel Lake District
L'antropologo in maglietta e pantaloncini
Crawley non si limita a intervistare: corre con i suoi testimoni, condivide con loro la fatica, ne studia il passo e il respiro. Affronta quella "zona grigia" in cui il corpo geme e la mente si sospende, si allontana dalla contingenza e si concentra sull'obiettivo – giungere alla meta, sopravvivere, in senso lato o proprio.
Scava nelle pieghe culturali della resistenza, dell'endurance come la conosciamo oggi o come è stata ed è vissuta in altri tempi e luoghi. Dal pedonismo ottocentesco alle sfide di più giorni dei Rarámuri, alle fatiche eccezionali degli sherpa. Per i Rarámuri, per esempio, correre non è solo sussistenza – raggiungere un luogo, trasportare merce, cacciare – è anche rito sociale, scalata sociale, preghiera collettiva, rito propiziatorio per pioggia e raccolto. Crawley affronta criticamente il "siamo nati per correre" e va in cerca delle motivazioni nei luoghi e nei tempi in cui corsa e fatica hanno fatto e fanno parte della vita dell'uomo.

Sui sentieri del Mexico con il Raràmuri Silvino Cubesare (a destra)
Il mito individualista e il respiro corale. Il corpo in cifre, l'anima in standby. Sono solo alcuni dei tanti temi affrontati che concorrono a restituire un quadro ricco di spunti di riflessione.
Perché si sceglie di soffrire? Per spiritualità, evasione o sfida? Non esiste il gene della resistenza, né la formula della felicità nel dolore. C'è la complessità di gesti e riti che a seconda delle epoche e dei contesti culturali ha sfumature diverse.
Fino al limite è un'indagine su diverse forme dell'umanità intorno alla fatica e alla resistenza. Ben articolato, narrato con piacevole prosa. Il lettore magari non troverà una risposta – o meglio, non una sola.
Piu volte scrivendo il libro mi sono chiesto: Che cosa sto facendo? E, dopo quasi vent'anni di gare di resistenza, la domanda successiva è: Che cosa ho fatto? Perché ho dedicato così tanto tempo a cercare i limiti del mio corpo? A inseguire obiettivi cronometrici arbitrari, lottando disperatamente per competere a livello internazionale? Imbarcarsi in un progetto antropologico sul significato della resistenza è il mio modo per provare a rispondere a queste domande, ma anche l’occasione per riflettere sui tanti significati attribuiti agli sport di endurance e sul legame tra resistenza e ciò che vuol dire essere umani.
(Mike Crawley)
Michael Crawley, Fino al limite. Il senso della resistenza dal Messico all'Himalaya
Finalista al «Sunday Times» Sports Book Awards
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