Non dovrei essere qui.
Sono le nove di sera. Guardo l’orologio: 81 chilometri, 3100 metri di dislivello. Mi metto la frontale e rientro nel bosco. Il tramonto tinge ancora di blu le colline alsaziane, ma ormai è il momento di affidarsi al fascio di luce davanti ai piedi. Piove. Ci sono quattro gradi.
È lì che la sento.
Sotto la pianta del piede destro sta nascendo una vescica enorme. A ogni passo brucia un po’ di più, e le pietre della strada sterrata sembrano cercarla una a una.

Non dovrei essere qui.
Per un attimo penso di fermarmi. Poi decido di non togliermi scarpa e calza. Ho paura che la pelle venga via insieme alla calza e che, con lei, spariscano anche tutte le mie possibilità di arrivare in fondo.
È un peccato. Fino a quel momento era andato tutto incredibilmente bene. Gambe, alimentazione, materiale.
Ero partito quattordici ore prima da Orschwiller, emozionato, teso, ma conservo un'inaspettata lucidità mentale adesso che si sta facendo buio. Mancano ancora ventisette chilometri. «Camminerò il più veloce possibile. Correrò solo quando riesco. Ci metterò più del previsto, ma arriverò.» Me lo ripeto ad alta voce. Mi tengo compagnia.
Tra sei chilometri c’è il ristoro di Mont Sainte-Odile. Lo ricordo perfettamente. Ci sarà Giulia. Berremo un tè caldo. Mi dirà che manca poco. Ed è esattamente quello che succede.
Mi emoziono guardando come si guarda il contachilometri dell’auto quando scatta quota centomila, il display del mio orologio. Ho fatto 100 km. Incredibile.
Sorrido.
Gli ultimi metri li percorro camminando, con gli occhi lucidi nascosti dal cappuccio e dallo scaldacollo.
Ho appena concluso un’ultramaratona di 108 chilometri e 4200 metri di dislivello, sotto la pioggia e la grandine.

Non dovrei essere qui.
Ripenso a quel giorno di quattro anni e mezzo fa, quando un’ambulanza è venuta a prendermi a casa sfondando la porta. Per più di un mese ho lottato per restare vivo. In ospedale mi stancavo andando dal letto al bagno. Sorrido.
Per molto tempo mi sono chiesto se fossi sopravvissuto per bravura o per fortuna. Oggi quella risposta non mi interessa più di tanto.
Sono le tre di notte. Ha smesso di piovere.
Bevo una birra, mangio qualcosa e mi emoziono insieme a Giulia per questa impresa che è in gran parte merito suo.
Due anni fa terminavo a fatica il Vülei del Trail del Monte Soglio, sedici chilometri: la prima volta nella mia vita che riuscivo a correre una distanza del genere senza fermarmi.
Oggi ho finito un’ultramaratona.
«Peccato per quella vescica. Mi ha fatto perdere un sacco di tempo.» rimugino “ ma sempre meglio che stare in un letto d'ospedale. Ricordati che non dovresti essere qui” Sorrido.
Quando inizio a parlarmi in terza persona capisco che è il momento di andare a dormire.
Dormirò pochissimo. L’adrenalina è ancora troppo alta e, soprattutto, ci sono ancora due giorni per perdermi tra i paesini e le colline dell’Alsazia.
Sono giorni bellissimi: mangio con una fame che non ricordavo, cammino leggero nonostante le gambe distrutte e mi godo la serenità di aver portato a termine un progetto folle completamente in autonomia dopo mesi di allenamenti e dubbi.
Non male per un quasi morto.
Tra tutti gli sport che ho praticato, la corsa è probabilmente quello in cui riesco peggio. E non è che negli altri brillassi.
Sono però sempre stato orgoglioso del mio approccio al trail running, forse un po' cazzone ma in fondo ci tengo e le cose le porto a termine. L'epicità che intrinsecamente lo sport porta con sé mi ha sempre colpito, e poche cose sono più epiche che correre centinaia di chilometri tra le montagne. Puoi avere gambe forti, materiali perfetti, allenamenti impeccabili.
Poi basta una vescica per ricordarti quanto sei fragile. Oppure basta ricordarsi di un letto d’ospedale per capire quanto sei fortunato.

Seduto davanti alla cattedrale di Strasburgo mi gusto una bionda media. Buonissima.
Ripenso che avevo smesso completamente di bere per una settimana prima della gara. L’ultima volta che avevo fatto detox dall'alcol quando era successo? Ah si, quattro anni e mezzo fa...
Solo che allora non era stata una mia scelta. Sorrido. Non dovrei essere qui.
Nell'entusiasmo per la gara di ieri penso che quest’anno sono stato anche estratto per partecipare alla Sierre-Zinal, una delle gare più iconiche al mondo, la maratona di New York del trail running.
Ancora una volta penso alla fortuna. Chissà quanti runner migliori di me avrebbero voluto esserci.
Poi mi fermo. Forse è proprio questo il punto. Per anni ho continuato a ripetermi che non avrei dovuto essere qui. L' 8 agosto alle ore 11, quando sarò sulla linea di partenza insieme alle leggende di questo sport, teso ed emozionato, spero di pensare una cosa diversa.
Che è esattamente lì il posto in cui dovrei essere. Sorrido.
Testo di Andrea Ferrari
Andrea Ferrari è un trail runner (molto) amatoriale. Dopo un problema di salute che ha cambiato profondamente il suo rapporto con la vita e con lo sport, racconta il trail come esperienza di vita prima ancora che di performance. "Esserci" è il suo primo racconto.