STARS TRAIL LUSENEY – La Valle, la memoria e le gambe che girano. Tra ex-voto e derapate.

Testo di Matteo Grassi

 

Finalmente stacco. Lascio la città invivibile, il caldo asfissiante, il rumore. Parto per la Valle. Ho una settimana da inventare, poi la gara. L'idea è semplice: andare a vedere quel tratto di Alta Via 2 che con cinque passaggi del Tor des Géants ho sempre attraversato di notte, senza mai godermelo davvero.

Così, tra un anello e l'altro, la media giornaliera si attesta su quaranta chilometri e tremila metri di dislivello al giorno. Al sesto: capitolo. E il settimo me lo prendo di riposo (mi sa che questa storia l'ho già sentita da qualche parte). Per fortuna piove, e passo la mattina rannicchiato nella mia casa mobile blu, ad ascoltare il ticchettio delle gocce sulla lamiera.

Le nubi indugiano, finché i raggi del sole non le filtrano, poi le bucano, squarciando il cielo. Ecco le piramidi della Becca di Nona e dell'Emilius che fanno capolino, incorniciate da un doppio arcobaleno nitido come lo disegnano i bambini.

 

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Prima dell'alba, il cielo è nero e trapuntato di stelle. Non sarà un caso che qui a Saint-Barthélemy ci sia un osservatorio astronomico.

Stars Trail Luseney: Stars per quello sguardo rivolto all'insù, Luseney per la montagna che domina la valle, la Becca del Luseney. Quella dove Luca Reboulaz amava salire, e dove la famiglia ha voluto lasciare un segno, un bivacco ai suoi piedi. Perché questa gara, nata da un gruppo di amici nella primavera del 2024, non è solo una competizione: è un modo per ricordare Luca e suo padre Mario. Due figure che qui hanno lasciato un'impronta profonda.

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Il programma prevede due percorsi competitivi – la STL50 (51 km, 3.060 m D+) e la STL25 (27 km, 1.860 m D+) – e una passeggiata enogastronomica per famiglie.

Il caffè fatica a uscire dall'ugello della moka. Sei gradi. Alzo il gas. La navetta ci porta dai parcheggi alla partenza: buia, fredda, ma con un'accoglienza perfetta. Tè caldo, colazione, il tempo che passa. Si toglie uno strato dopo l'altro, mentre il sole si fa largo. Si parte a ritmo deciso. E io, come sempre, non ho piani.

 

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© Ph. Luca Farinet

 

La salita è morbida, quasi indolore. Comoda, direi. Parte con un dolce mangia e bevi, poi prosegue senza strappi fino al primo ristoro, all'alpe Chaleby. Il bello – almeno per me – è che le salite sono spezzate: trecento metri, cento in discesa, altri cento in salita. Così, a balzi, fino al Cuney.

Eccomi al Cuney. Non è un rifugio qualunque: è il più alto sulle Alte Vie della Valle d'Aosta, 2.652 metri, sospeso tra Valpelline e Valtournenche. Accanto, il santuario della Madonna delle Nevi, uno dei più alti d'Europa. Dentro, tra le mura secolari, una raccolta di ex-voto. La gente del posto ci tiene: lo hanno inaugurato nel 1659, restaurato l'ultima volta nel 2010. Ma non è tanto la storia a colpirmi. È il silenzio. Quel senso di essere in un luogo unico. Una dimensione magica che già mi aveva avvolto durante il mio primo Tor, quando percorrevo questo stesso sentiero al contrario.

 

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Poi si va ancora su e giù, tra sentieri tecnici e massi, fino al Col Terray, 2.775 metri. Il ritmo si fa serrato: si spinge, si salta, si sbuffa. Ma l'atmosfera resta sospesa, onirica. Fino al Bivacco Reboulaz. Lì, confesso, un nodo alla gola. "Erano dodici anni che non passavo di qua", dico ai volontari. Loro non sanno bene cosa replicare. Io bevo i tre bicchieri di cola – ormai un rituale – e riparto in picchiata verso il Magià, 1998 m. Quel rifugio mi è diventato simpatico solo dopo averlo frequentato d'inverno, sciando sulle piste del comprensorio Plan Proriod-Saint-Barthélemy.

Ricordavo una discesa lunga e monotona. Invece no: è divertentissima, finisce troppo presto, e mi regala persino l'emozione di appoggiare il piede su un prodotto lordo fresco di vacca, scivolando via con un mezzo derapage.

 

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Da qui comincia la seconda parte di gara, un'altra storia. Se hai pazienza, te la racconto.

Risaliamo il costone sinistro orografico, quello che separa dalla Valtournenche. Non un gran tiro, poco più di trecento metri. Quanto basta per regalare una vista mozzafiato: Becca di Nona, Emilius e, accanto... una montagna innevata. Tratto corribile, si spinge. Sono in tira e molla con un ragazzo, anche lui veneto. Incrocio un gruppo di volontari, forse alpini, sotto un gazebo verde. "Che montagna è quella innevata?", chiedo. "L'Emilius!". "Ma va..." penso, anzi forse lo dico anche. Perché è la Grivola, imbiancata dalle ultime precipitazioni. Guardo l'Emilius, bello pulito. Ottimo: domani si va. Mi dico. E poi penso: "ma sei fuori?". Ci infiliamo nel bosco.

Mi avevano detto che il finale sarebbe stato più scorrevole, meno montagnino. Non mi aspettavo però di entrare in questo piccolo parco giochi: sentieri terrosi, stretti, con curve fitte e sali-scendi – più scendi che sali – tra boschi e radure. Figata. Erano anni che non lasciavo girare le gambe così. -Iuhhuuuu!-

Punto ristoro di La Pesse, 1.607m, giro di boa. Sentire la voce dello speaker è come un miraggio: non significa essere arrivati. L'ho imparato all'Eiger Ultra, tanti anni fa. Stessa storia anche qui. In linea d'aria, il traguardo sarà a tre chilometri, dall'altra parte della valle. Ma per raggiungerlo ne servono più di tredici. Ancora una lunga discesa corribile, poi si rientra nella gola, si risale fino alla piana delle piste da fondo, e solo allora si punta all'arrivo.

Cinque chilometri al 10% di media: un po' noiosi, vabbè. Ma ritrovarmi a Plan Poriod a ricalcare le piste da fondo mi regala un sorriso. Tanto belle d'inverno quanto d'estate. Ultimo strappo, dove chi ne ha recupera ancora qualcosa. Poi giù in picchiata, anche se i giochi sono fatti, tra sentieri comodi e brevi attraversamenti di frazioni.

 

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L'arrivo è un prato allestito alla perfezione, stile grande evento, ma con l'atmosfera della festa di paese. Doccia rigenerante, e un pasta party che pasta non è, ma polenta e formaggio (o salsiccia). Finalmente anche un vegetariano come me può trovare soddisfazione di pancia.

In sintesi: ho corso s più non posso. Ho sorriso sempre. Non mi sono mai lamentato. E sono felice. Cosa chiedere di più?

Giusto un'ultima scappatella sull'Emilius, domani prima di tornare a casa.

A presto, amata Vallée.